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31 ago 2018

Le competenze di counselling nel lavoro sociale

gratisography-436HL’International Federation Social Workers (IFSW), il principale organismo rappresentativo del settore a livello internazionale, definisce il lavoro sociale come una professione che, nelle sue diverse forme e applicazioni, promuove cambiamento, sviluppo, coesione sociale ed empowerment nelle persone. Tale definizione lo inquadra come un area pluri-professionale il cui obiettivo primario è facilitare nelle persone il rafforzamento di abilità e competenze utili a sviluppare pienamente il proprio potenziale, determinando esse stesse la qualità della loro vita e della loro salute.

In tal senso il lavoro sociale diviene strumento delle politiche di promozione della salute (WHO, 1986); ossia dei processi che motivano le persone, i gruppi, le società a diventare protagonisti attivi, agenti determinanti del benessere proprio e della comunità di riferimento.Esso, infatti, agisce coinvolgendo direttamente individui o gruppi ad affrontare in prima persona le sfide della vita ed agire strategie di coping funzionali al soddisfacimento dei loro bisogni personali e professionali, compiendo cosi un percorso verso il raggiungimento di un sempre maggiore equilibrio nelle dimensioni biologica, psicologica e sociale

Assistenti sociali, educatori, animatori socio-culturali, operatori di comunità, sono professionisti focalizzati sul problem solving e sul cambiamento. Agiscono, cioè, a livello sociale, individuale, famigliare, organizzativo e comunitario per promuovere cambiamento di stili di vita, di abitudini di comportamento, di criteri valoriali. Il fine ultimo è il miglioramento delle condizioni di vita e del benessere sociale.

Ma cosa significa cambiare? Cosa facilita una persona, un gruppo, una comunità a modificare il lifestyle, a cambiare i modi di fare, i propri valori? Ad intraprendere strade nuove per uscire da uno stato di disagio?

The curious paradox is that when I accept myself just as I am, than I change.
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Nel suo libro On becoming a Person Carl Rogers, uno dei padri fondatori della Psicologia Umanistica, il primo a parlare di counselling in modo sistematico, afferma che le persone rafforzano la loro efficacia quando riescono a percepire e accettare sé stesse per come sono. Ascoltare sé stessi aumenta l’autoconsapevolezza, che costituisce la prima componente di quelle che l’OMS definisce skills for life. Avere coscienza di sé significa conoscere e riconoscere, in una dimensione libera dal giudizio, le proprie emozioni e i bisogni che le suscitano, le strategie di coping abitualmente agite, i valori di cui si è portatori. L’autoconsapevolezza, insieme alla capacità di accettare ciò che si è, facilita il cambiamento in quanto permette alle persone di valutare i propri punti di forza e le aree di fragilità per utilizzarli come base di partenza al fine di definire obiettivi congruenti orientati al benessere, insieme a strategie funzionali al loro raggiungimento.

L’autoconsapevolezza accettante insieme alla fiducia nelle proprie capacità di sostenere lo sforzo fisico e psicologico che il cambiamento comporta (autoefficacia), sono abilità necessarie affinché le persone, da sole o in gruppo, possano motivarsi a sostituire abitudini di comportamento disfunzionali con strategie di coping che abbiano come effetti a breve, medio e lungo termine il benessere bio-psico-sociale.

E’ qui che l’opera dei social workers assume senso e valore empirico in quanto relazione professionale di aiuto. In linea con la Global Definition of Social Work de l’IFSW, chi lavora nel sociale è un helper dotato delle conoscenze e competenze necessarie a facilitare l’altro a crescere, a sviluppare le proprie potenzialità, a raggiungere la maturità, ad apprendere modelli di comportamento più adeguati ed integrati. Attraverso una relazione di aiuto di qualità, il professionista del sociale, cioè, usa le proprie competenze per valorizzare maggiormente le risorse personali del soggetto che incontra: individuo, gruppo o comunità. Quando la relazione funziona, l’altro attiva un processo di cambiamento che lo porta a diventare agente attivo della propria realizzazione nella dimensione privata e sociale del sé; ad assumersi pienamente la responsabilità delle scelte che compie in funzione della propria salute; ad usare l’empowerment per il proprio benessere.

Ma, quali sono le caratteristiche delle relazioni che aiutano veramente? Che attivano il cambiamento? Quali competenze sono necessarie al professionista che opera nel sociale per costruire relazioni efficaci?

La succitata Definizione Globale indica il counselling tra la serie di competenze, tecniche, strategie che il social worker utilizza al fine di “promuovere il cambiamento sociale, lo sviluppo sociale, la coesione sociale, e l’empowerment e la liberazione delle persone.”

Si tratta di una particolare relazione di aiuto che impiega l’ascolto empatico, alcune tecniche di comunicazione efficace ed il problem solving per facilitare l’altro in un percorso di autoesplorazione, riconoscimento, identificazione e potenziamento delle risorse di cui dispone, utili ad agire scelte consapevoli rispetto ad una specifica e attuale situazione problematica. Tali competenze si rivelano, inoltre, fondamentali per favorire il professionista che si occupa di sociale a lavorare in gruppo o in team; a gestire, cioè, le relazioni con altre figure professionali complementari in modo sinergico e collaborativo.

Più in generale, in tutte le professioni che operano nel sociale, le competenze di counselling risultano particolarmente efficaci ogni volta che la relazione di aiuto è finalizzata a sostenere individui, famiglie, gruppi o Istituzioni nell’accrescere il loro livello di autonomia e di competenza decisionale, mediante l’acquisizione di una maggiore consapevolezza dei propri bisogni e del proprio potenziale di risorse personali”. Ciò che funziona è la costruzione di una relazione professionale di aiuto fondata:

  • sul rispetto reciproco delle differenze individuali e culturali e dei confini professionali;
  • sulla fiducia nella capacità del soggetto in difficoltà di acquisire o potenziare l’autoconsapevolezza e l’autoefficacia accrescendo, così, il suo livello di autonomia e di competenza decisionale per risolvere la situazione problematica.

In altre parole chi lavora nel sociale può utilizzare le competenze di counselling per aiutare i soggetti in difficoltà a prendere coscienza del bisogno negato che li porta a percepire una situazione come problematica e a mettere a fuoco le opzioni di cui dispongono per superarla da protagonisti scegliendo in modo responsabile di agire una o più strategie di coping funzionali al benessere proprio e della comunità a cui appartengono. Che si tratti di individuo, famiglia, gruppo o Istituzione, agire le competenze di counselling in una relazione professionale di aiuto porta il frutto dell’autonomia del soggetto in difficoltà: potenzia le sue capacità di scelta; rafforza le abilità di problem solving, decision making e social effectiveness.

Di quali competenze si tratta? Quali abilità legate al counselling, il professionista del sociale può agire nella relazione di aiuto?

Nel counselling si integrano qualità legate al modo di essere dell’helper con l’altro nella relazione di aiuto e strumenti di comunicazione efficace, entrambi necessari per la facilitazione del processo di cambiamento. Qualità della presenza insieme ad abilità di ascolto e comunicazione sono, dunque, le competenze di counselling che possono essere usate con successo da chi lavora nel sociale.

Un clima relazionale facilitante è costruito e mantenuto se e quando l’helper riesce ad usare tali competenze nel giusto mix e in modo naturalmente integrato. Qui, per ragioni squisitamente descrittive, le approfondiremo nel dettaglio singolarmente.

Abilità legate al modo di essere

Coloro che si occupano di scienze psicologiche o sociali e più in generale gli scienziati che lavorano nel campo delle relazioni di aiuto, per anni si sono interrogati su quali fossero le variabili che ostacolano o facilitano chi ha un problema ad uscire dalla condizione di difficoltà. A partire da Carl Rogers, vari studi internazionali convalidati mediante la ricerca sul campo hanno dimostrato che congruenza, accettazione non giudicante, empatia costituiscono l’essenza di una relazione di aiuto efficace, prima ancora della quantità di tempo dedicata, delle abilità tecniche impiegate, delle conoscenze teoriche del professionista. 

Utilizzare tali competenze di counselling con consapevole naturalezza nella relazione di aiuto produce un’atmosfera costruttiva che determina quanto il singolo incontro o l’intero processo sarà un’esperienza che blocca o stimola la crescita, il cambiamento, la soluzione della crisi. 

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La congruenza consiste nella capacità del counsellor di essere nella relazione con l’altro in modo autentico, integrando la dimensione professionale con quella personale del sé. Indipendentemente dal ruolo di assistente sociale, operatore di comunità, educatore, essere congruenti significa, quindi, relazionarsi all’altro come persona, restando costantemente in contatto con i propri sentimenti e bisogni, restando consapevoli dei propri valori e aspettative. Fare esperienza con l’autenticità dell’helper renderà più facile per la persona in difficoltà, fidarsi di poter egli stesso essere autentico nella relazione.

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L’accettazione non giudicante, rispetto profondo o considerazione positiva incondizionata, consiste nella disponibilità del professionista a comprendere in modo aperto e rispettoso l’altra persona per come essa è, anche se portatrice di valori, convinzioni, abitudini differenti, e per come percepisce e decodifica la sua realtà. L’assenza del giudizio sul modo di essere, rende chi vive una situazione difficile o una condizione di disagio, più disponibile al confronto rispetto ad alcuni comportamenti o atteggiamenti disfunzionali, come anche a valutarne un possibile cambiamento.

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L’empatia, una delle principali life skills, si traduce nella capacità di ascoltare l’altro cercando di cogliere l’esperienza narrata attraverso i suoi parametri di lettura; cercando di contattare le emozioni per come egli le sente e le percepisce momento per momento, senza però mai perdere la propria identità professionale. In altre parole, agire questa abilità nella relazione d’aiuto vuol dire per il counsellor cercare di osservare il modo in cui il cliente vede il mondo e percepisce sé stesso, come se lo guardasse attraverso gli occhi del cliente. Significa entrare nello schema di riferimento dell’altro mettendosi nei suoi panni, contattando i suoi vissuti emozionali come se fossero i propri; mantenendo, però, sempre presente la propria identità. Il filtro cognitivo del “come se” tutela dall’allagamento emozionale che porterebbe il counsellor a perdersi nel mare emozionale del cliente o a proiettare su di lui i propri sentimenti.

Agire l’empatia significa mostrare a chi si sta raccontando, che siamo li, con lui, disponibili e interessati ad ascoltarlo e comprenderlo in modo non giudicante e libero da aspettative, semplicemente per accompagnarlo nell’esplorazione del suo problema: dei pensieri, sentimenti, emozioni e bisogni che lo colorano. In tal modo il cliente può comprendere più pienamente sé stesso e agire di conseguenza. Rogers a proposito di empatia dice: “Quando qualcuno capisce come sento e come penso di essere, senza volermi analizzare o giudicare, allora sento di potere, in una tale atmosfera, aprirmi a crescere.

Abilità di comunicazione

Essendo il counselling una relazione di aiuto che si basa essenzialmente sul dialogo tra consulente e il cliente, oltre alle competenze legate al modo di essere del counsellor, risultano importanti anche determinate skills di comunicazione. Esse sono: 

  • attending;
  • ascolto attivo;
  • comunicazione in prima persona;
  • ricapitolazione.
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Attending è un termine utilizzato nel mondo anglosassone per indicare tutte le componenti non verbali della comunicazione del counsellor con il suo cliente. Utilizzare tale competenza in modo efficace vuol dire essere intenzionati e motivati a dare la piena attenzione a ciò che la persona dice e fa, tenendo nella giusta considerazione tanto i contenuti verbali quanto il linguaggio del corpo, i silenzi e le pause nella conversazione. Mantenere, durante il colloquio, una postura rilassata, il contatto oculare costante con il cliente, un tono di voce adeguato, e accompagnare la narrazione con cenni di conferma, sono importanti indicatori del coinvolgimento del counsellor verso il fluire dell’esperienza del cliente. Ricevendo questo tipo di feedback, la persona che parla sarà facilitata e quindi descriverà la situazione problematica di cui è protagonista più apertamente e onestamente. Sentendosi rispettata e considerata, sarà motivata ad aprirsi per condividere il suo vissuto in un processo di autoesplorazione verso una sempre maggiore consapevolezza di sé.

L’ascolto attivo, noto anche come empatico, riflessivo o power listening, è una competenza descritta ampiamente da vari autori, per la sua importanza ai fini della costruzione e mantenimento di relazioni di qualità. Molte ricerche hanno evidenziato che questa abilità di ascolto è l’azione più potente per sostenere qualcuno ad affrontare un problema difficile, una situazione di disagio, una crisi evolutiva. La sua importanza per un counselling di successo è dovuta al fatto che comunica a chi è in difficoltà, comprensione ed empatia, ingredienti che potenziano l’autoconsapevolezza, l’autoefficacia e l’autostima facilitando la crescita e lo sviluppo della capacità di affrontare i problemi della vita.

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L’ascolto attivo consiste nella scelta consapevole dell’helper di ascoltare per comprendere il significato profondo del messaggio di chi parla, così da poterglielo rimandare in un feedback fedele, che riassuma in modo chiaro e sintetico il significato delle sue parole, dando lo stesso valore ai contenuti concettuali, alle emozioni, al linguaggio non verbale e ai silenzi. Il cliente attraverso le parole usate nel feedback, accompagnate da un non verbale congruente, saprà oltre ogni dubbio che il counsellor è autenticamente interessato a comprenderlo.

Tale abilità richiede all’ascoltatore un’alta concentrazione e il mantenimento di una posizione neutrale, soprattutto all’inizio della conversazione. Infatti, per poter formulare un’ipotesi il più possibile corretta del significato di quanto ascoltato, il counsellor deve fare attenzione, oltre che alle parole, soprattutto alle emozioni e ai pensieri che il cliente esprime con il linguaggio del corpo ed il paraverbale. Deve, insomma, lasciarsi andare con genuina curiosità al fluire della narrazione per essere in grado di riflettere all’altro l’essenza di ciò che ascolta.

Ricevere un feedback che riflette accuratamente quanto appena condiviso, riportando in modo non giudicante il contenuto concettuale ed emotivo della sua esperienza, comunica alla persona che è stata compresa, dandogli al contempo la possibilità di riascoltare, osservandolo da una prospettiva diversa, quanto appena detto. Nel caso in cui l’ipotesi del counsellor non fosse corretta, il cliente ha la possibilità di riformulare il suo messaggio per chiarirlo meglio a chi lo sta ascoltando e mentre lo fa, lo chiarisce meglio anche a sé stesso. In entrambi i casi la persona, o il gruppo in difficoltà, comprenderà più chiaramente i suoi vissuti emozionali e i suoi pensieri, procedendo con i suoi tempi verso una più approfondita esplorazione della situazione problematica che si trova ad affrontare. In questo modo sarà più semplice vedere soluzioni alternative tra cui scegliere le proprie.

Oltre alle competenze di ascolto, per un counsellor è importante affinare abilità di comunicazione da mettere al servizio della facilitazione del cliente. Ciò in quanto, il rispetto per il modo di essere dell’altro, l’accettazione non giudicante dei suoi pensieri e valori, l’empatia verso le emozioni che prova non possono prescindere da un dialogo autentico da utilizzare ai fini del percorso di cambiamento. 

Cosa c’è oltre l’ascolto?

Informare l’altro sui confini deontologici della relazione professionale di aiuto; dialogare apertamente con il cliente per identificare obiettivi condivisi e stabilire un alleanza di lavoro; dare a chi è in difficoltà tutte le informazioni di cui potrà disporre per operare scelte consapevoli; confrontare comportamenti disfunzionali o non accettati socialmente, avendo cura che il messaggio non svaluti l’altro in quanto persona, famiglia, gruppo sociale o organizzazione: sono tutti passaggi importanti in una relazione di aiuto efficace. 

Uno stile di comunicazione funzionale al rafforzamento dell’empowerment e della capacità di agire scelte responsabili, del soggetto in difficoltà si fonda sulla cooperazione tra l’helper e chi chiede aiuto. Per la costruzione di una relazione cooperativa, il professionista deve costruire e inviare messaggi utilizzando parole e gesti che abbiano bassi livelli di rischio per l’autostima dell’altro, insieme ad un’alta probabilità di produrre il cambiamento desiderato. Ne deriva che, se vuole raggiungere l’obiettivo, il counsellor deve comporre consapevolmente ogni suo messaggio: calibrando la qualità del linguaggio sulle specifiche caratteristiche della persona che ha di fronte; scegliendo i tempi dell’invio in base alle fasi del processo; verificandone l’effettiva comprensione attraverso il feedback che arriva dal cliente.

Lo stile di comunicazione che più di ogni altro favorisce il coinvolgimento attivo della persona in difficolta nel processo di cambiamento è la comunicazione in prima persona. Si tratta di una modalità di trasmissione dell’informazione focalizzata sul soggetto che emette il messaggio; ossia, sui bisogni, emozioni, intenzioni, aspettative di colui che parla. Thomas Gordon ne tratta nel libro Parent Effectiveness Training dandole il nome I-Message in quanto la costruzione della frase generalmente comincia con il pronome Io.

Qui entrano in gioco l’autoconsapevolezza del counsellor e la congruenza tra le intenzioni comunicative, i sentimenti che prova e quanto esprime. La comunicazione in prima persona, infatti, prevede che l’helper dia informazioni su di sé, come persona e come professionista, ed esprima in modo autentico ciò che pensa e prova in merito ad uno o più comportamenti e/o situazioni all’interno dei confini della relazione di aiuto.

Dato che i messaggi IO esprimono unicamente l’esperienza soggettiva e i sentimenti del counsellor, non contengono valutazioni, giudizi o interpretazioni sui destinatari del messaggio. Il risultato è che il ricevente, non sentendosi minacciato nel suo senso di autostima, colpa, o adeguatezza, non assume atteggiamenti difensivi ed è più aperto e disponibile ad andare incontro ai bisogni, o a prendere in considerazione il punto di vista, di colui che sta parlando. Gottmann, uno tra i più famosi studiosi delle relazioni umane, sottolinea che la via maestra per ottenere la collaborazione del nostro interlocutore e rafforzare l’alleanza finalizzata al raggiungimento di un obiettivo comune, è condividere i nostri punti di vista, come anche le nostre contestazioni, utilizzando una modalità che non sia critica o provocatoria. La comunicazione in prima persona racconta all’ascoltatore che quanto detto è basato sull’esperienza personale del counsellor e non è necessariamente un fatto oggettivo. Ciò lascia spazio per la discussione dando al cliente la possibilità di contribuire alla risoluzione del problema.

Perché usare la comunicazione in prima persona?

La comunicazione in prima persona può essere usata dal counsellor a scopo dichiarativo e preventivo; per condividere cioè informazioni, aspettative, idee, opinioni e sentimenti con la persona o il gruppo, in merito alla relazione professionale di aiuto: nel qui ed ora, come anche rispetto a bisogni futuri. Definire i confini professionali del setting, stabilire un patto di lavoro condiviso, esplicitare i comportamenti accettabili e non in merito alle dinamiche di relazione e comunicazione, sono tutti fattori che se definiti e concordati in anticipo, riducono le probabilità di fraintendimenti, delusioni o conflitti nel corso del processo di cambiamento.

Lo scopo principale dei messaggi IO è descrivere i sentimenti che un determinato comportamento  provoca in chi parla. Il counsellor, quindi, utilizza questo stile di trasmissione dell’informazione anche per comunicare apprezzamento e rafforzare un cambiamento, oppure confrontare il cliente rispetto ad un comportamento disfunzionale. 

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Comunicare sentimenti positivi ed esprimere approvazione o soddisfazione descrivendo gli effetti di uno o più comportamenti del cliente, contribuisce a rafforzare l’alleanza, potenziando la motivazione di quest’ultimo a procedere verso l’apprendimento di abitudini di comportamento più funzionali e sane. Il complimento o l’approvazione espressi utilizzando metodi tradizionali centrati sul giudizio (sei una brava persona, sei preparato, sei puntuale), hanno l’effetto collaterale di mettere il soggetto in difficoltà, sotto condizione, addebitando su di lui la responsabilità di comportarsi secondo canoni stabiliti esternamente. Utilizzare l’I-Message, focalizzandosi esclusivamente sui sentimenti positivi che il counsellor prova, libera il cliente dal condizionamento; lo fa sentire accettato a prescindere come persona, lasciandolo libero di riflettere su quali sentimenti genera in lui quello stesso comportamento e sulle sensazioni di fiducia, riconoscimento e stima che prova in risposta alla dichiarazione del suo interlocutore. Sarà poi lui a fare la sua scelta.

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L’abilità di comunicare in prima persona è un requisito fondamentale per un confronto efficace. Ogni qual volta il counsellor sente la necessità di confrontare il suo cliente per un comportamento che egli reputa non funzionale al successo della relazione di aiuto, l’opzione migliore è inviare un messaggio in prima persona di confronto.

Un messaggio IO è uno strumento di confronto efficace in quanto è focalizzato sulla descrizione non giudicante di uno specifico comportamento inadeguato e sui sentimenti che quello provoca nella persona che condivide il suo disagio. Si completa con la spiegazione degli effetti concreti e tangibili – in termini di tempo, energia, costi – che quel comportamento provoca alla persona che se ne lamenta e con l’eventuale esposizione di possibili comportamenti alternativi. Evita, quindi, di biasimare l’altro, impattando ulteriormente sulla sua autostima, e non corre il rischio di compromettere la relazione.

In generale, dunque, la comunicazione in prima persona garantisce alte probabilità di facilitare nell’altro il cambiamento desiderato; potenzia la fiducia e l’autostima del counsellor; rafforza il clima di lealtà e cooperazione della relazione di aiuto; aiuta l’altro a comprendere cosa funziona e migliora le sue performance.

Ultima, non per ordine di importanza, tra le competenze di counselling che ho scelto di descrivere in questo articolo è la ricapitolazione, o summarising. Va usata quando il counsellor ritiene utile:

  • ripercorrere con il cliente il lavoro fatto per rinsaldare il patto di lavoro focalizzando l’area problematica e allineando le aspettative sugli obiettivi; 
  • portare una sessione di counselling a conclusione o cominciarne una seguente; 
  • sbloccare la comunicazione e facilitare il progredire del percorso di autoconsapevolezza.

Inviare al cliente un rimando di ricapitolazione significa riassumere in modo sintetico e ordinato le componenti essenziali di quanto ha espresso durante una fase estesa del colloquio. Il counsellor rimanda alla persona che ha di fronte l’essenza della sua narrazione, integrando i messaggi verbali e non verbali nel modo più accurato possibile. E’ importante concludere la ricapitolazione lasciando al cliente la possibilità di confermare l’accuratezza e la pertinenza della focalizzazione, come anche di correggere eventuali errori di comprensione da parte del counsellor e chiarire meglio ad entrambi pensieri ed emozioni.

La competenza di ricapitolazione ha un’importante funzione di monitoraggio della qualità della relazione di aiuto, che parte dall’analisi della domanda iniziale alla base dell’alleanza di lavoro tra counsellor e il protagonista del percorso di autoconsapevolezza; procede nel corso dell’intervento come verifica che il percorso vada nella direzione congrua alle richieste e alle reali esigenze del cliente; termina con la fine della sessione di counselling focalizzando gli obiettivi raggiunti e le aree di potenziamento.

Concludendo

Il lavoro sociale in quanto professione orientata alla promozione del cambiamento per il miglioramento della qualità della vita dei singoli, dei gruppi, delle comunità, trova nelle competenze di counselling uno strumento privilegiato. Il counselling, infatti, è una relazione professionale di aiuto efficace per l’acquisizione e il potenziamento di alcune importanti skills utili a sviluppare l’autonomia delle persone nell’essere capaci di adottare abitudini e stili di vita validi per il benessere proprio e della comunità cui appartengono. 

Le competenze di counselling, dunque, ufficialmente riconosciute dall’IFSW come validi strumenti per l’efficacia del social work, si integrano con le prassi operative di coloro che lavorano nel sociale. Le qualità legate alle caratteristiche dell’helper, tanto quanto le abilità di ascolto e comunicazione possono essere apprese e potenziate attraverso specifici training esattamente come altre tecniche e prassi operative. 

Da una ricerca qualitativa promossa e condotta dal Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano è emerso che alcune persone sviluppano in modo naturale competenze umane di aiuto. E’ molto probabile che in questa categoria rientrino molti operatori del sociale. Il ruolo di professionista, però, richiede all’helper la garanzia dell’efficacia in termini del raggiungimento del risultato. In questo senso è, ormai, riconosciuta a livello globale la funzione dell’apprendimento e della formazione.

I professionisti del sociale interessati a completare il loro know how e utilizzare le competenze di counselling nella quotidianità della loro pratica operativa hanno a disposizione training specifici di aggiornamento professionale o, piuttosto, veri e propri corsi professionalizzanti al counselling, come previsto dalla European Association for Counselling (AEC) e regolamentato in Italia dalla Legge 4 del 2013.

Fin dal 1979, nel nostro Paese è presente l’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona (IACP) fondato da Carl Rogers insieme a Charls Devoshire e Alberto Zucconi, che ne è l’attuale presidente. L’Istituto è un ente riconosciuto a livello internazionale, impegnato nella ri­cerca sul com­por­ta­mento umano e nella for­ma­zione e aggiornamento di spe­ci­fi­che com­pe­tenze professionali at­tra­verso l’Approccio Cen­trato sulla Persona. Da anni svolge attività formative e di orientamento rivolte ad assistenti sociali, educatori, operatori di comunità, avvocati, medici e altri professionisti della relazione di aiuto che in­ten­dono ac­qui­sire com­pe­tenze per svol­gere at­ti­vità di coun­sel­ling nel proprio ambito ope­ra­tivo, insieme a corsi di certificazione professionale che con­sentono di ac­qui­sire il di­ploma di Coun­sel­lor Pro­fes­sio­ni­sta Cen­trato sulla Per­sona.

Sitografia e note bibliografiche                                                                              

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