L’ arte di sbagliare

L’ arte di sbagliare

 

Cosa significa l’arte di sbagliare?

Se intendiamo il concetto di arte nella sua accezione più antica, corrispondente all’uso greco del termine, ossia come “attività umana compiuta in base a principi razionali, appresi con l’esperienza o escogitati con l’ingegno

In che modo si collega con i nostri sbagli, errori o fallimenti?

Se, come i nostri antenati latini, con arte intendiamo “la corretta esecuzione di un opera

Esiste dunque un modo efficace ed appropriato di sbagliare?

Oppure, l’arte consiste nell’evitare di farlo?

Noi, che amiamo la vita, che lavoriamo con passione, che teniamo a svolgere al meglio il ruolo di genitore, figlio, amico, collega, dovremmo esprimere la nostra creatività nell’evitare l’errore?

l'arte di sbagliare

“Errare è umano”!

afferma una famosa massima attribuita a Sant’Agostino.

Questo significa che tendere alla perfezione è una “mission impossible”; un’aspettativa destinata al fallimento.

l'arte di sbagliare

Voglio portare all’attenzione di chi legge che il nostro potere personale si gioca nel saper approfittare dello sbaglio a vantaggio dei nostri obiettivi; nel considerare l’errore un prezioso alleato sulla strada per raggiungere i traguardi che ci diamo come persone e come professionisti.

Non potendo evitare l’errore, non ci rimane che sbagliare bene.

Imparando l’arte di sbagliare possiamo potenziare la nostra efficacia.

Non solo; possiamo porci come modello di comportamento per i nostri figli, per chi lavora con noi e, più in generale, per tutte le persone che popolano il nostro ambiente di vita.

A sostegno di questa affermazione interviene un vecchio proverbio latino: “sbagliando si impara”. Adagio frequentemente citato nella letteratura, nei corsi di formazione e nei dibattiti sull’argomento.

In linea di principio, nulla da eccepire. In teoria, sembra ovvio concordare con una simile massima. Eppure, detta così è una fake news! È un falso ideologico.

l'arte di sbagliare

Non è vero che basta sbagliare per apprendere!

Pescando dalla storia, tanto quanto dall’esperienza di vita di ognuno di noi, mille sono gli esempi di errori ripetuti; di situazioni nelle quali ciclicamente ci imbattiamo come singoli e come genere umano.

Senza andare a pescare dalla storia con la <S> maiuscola, se solo ripenso alla mia esperienza di vita, mi vengono in mente le occasioni in cui come madre ho urlato verso mio figlio Gabriele, ripromettendomi – ogni volta – di non ricaderci più; mi sono sostituita a lui, ho scelto per lui, togliendogli il potere con l’alibi di proteggerlo da pericoli o sofferenze.

Come donna, ho scelto un partner lasciandomi attrarre da determinate caratteristiche di personalità, e mi sono ritrova in una storia d’amore deludente e frustrante.

Come professionista, spaventata dalle possibili conseguenze del dire <NO>, ho accettato incarichi e mi sono resa disponibile oltre misura, andando incontro a sovra affaticamento e innalzamento dei livelli di stress.

Non so voi?

Ecco, io ho sbagliato molte volte. Poche volte invece, e solo di recente, ho fatto tesoro della mia esperienza.

Perché questo succede? Dov’è il corto circuito? Cosa non funziona?

La prima cosa da mettere in evidenza è che viviamo in una società centrata sulla performance; ispirata ad un costrutto culturale che non ammette l’errore. Il modello competitivo della società occidentale enfatizza il successo e la chimera della perfezione. L’errore è tollerato; un incidente di percorso inopportuno. Il modello culturale nel quale viviamo e lavoriamo, non lascia spazio alle sviste, agli sbagli, alle mancanze richiedendoci di apparire belli, giovani, vincenti, capaci, felici.

Questo fa sì che viviamo il lavoro, lo sport, la scuola dei nostri figli, il nostro tempo privato imbottendoci di impegni sotto la bandiera del perfezionismo.

E, quindi, quando a dispetto della dimensione ideale, la vita vera, la dimensione reale, ci mette di fronte all’inevitabile esperienza dell’errore …

ecco che d’impulso …

prima che gli altri se ne accorgano …

tendiamo a mettere in atto una serie di comportamenti finalizzati a nascondere, superare, dimenticare, allontanare da noi l’errore.

Abitudini di comportamento, apprese crescendo, che funzionano molto bene a breve termine perché abbassano i livelli di stress e l’intensità delle emozioni scomode che si accendono quando costatiamo un’imperfezione.

Strategie di coping poco utili a medio e lungo termine per sfruttare l’errore a nostro vantaggio perché non favoriscono l’apprendimento.

Per apprendere l’arte di sbagliare, vediamo quali sono i comportamenti tradizionali che mettiamo in atto in corrispondenza dell’errore

Molti di noi, di fronte a scelte importanti, restano bloccati come reazione alla paura di sbagliare. In questi casi la persona non riesce ad andare avanti, a prendere decisioni, a cambiare comportamento. Si preferisce delegare la scelta agli altri o aspettare che le cose si aggiustino da sole legando il proprio benessere e la soddisfazione dei propri bisogni alla fortuna o alla buona volontà delle persone con le quali siamo in relazione. Paradossalmente questo atteggiamento aumenta il rischio dell’errore. Ad esempio, la risposta attesa può arrivare quando ormai è troppo tardi (una scelta di carriera; diventare genitori; intraprendere un percorso di cura). Inoltre, raramente la scelta migliore per gli altri, coincide con ciò che è pienamente soddisfacente per noi.

Altra reazione comune all’errore è l’iperattività. Tale comportamento consiste nel dedicare più tempo di quello normalmente richiesto ad un’attività, facendo e rifacendo le stesse azioni, controllando e ricontrollando gli stessi passaggi. Abbagliati dalla falsa credenza o bias cognitivo, che fare di più voglia dire fare meglio, costringiamo noi stessi a lavorare oltre l’orario di contratto, chiediamo ai nostri figli di studiare il doppio dei loro coetanei, ci priviamo del tempo libero e del divertimento. Il risultato è che disperdiamo energie e risorse nell’illusorio tentativo di evitare l’errore bypassando la riflessione sulle cause del fallimento.

Tra i comportamenti inefficaci troviamo anche la “caccia al colpevole” e il “disimpegno”.

Chi ama il calcio sa bene quante volte la colpa sia dell’arbitro; ma ogni bravo allenatore è consapevole che tale atteggiamento non aiuta a vincere il campionato. Quando, in corrispondenza di una défaillance, le risorse vengono impiegate nella ricerca di un colpevole, non si investe nelle opportunità di apprendimento e nella ricerca di una soluzione. Il risultato è che, di fronte ad una situazione simile, non avendo una strategia alternativa, la persona o il team ha un’altissima probabilità di ricadere nella stessa dinamica.

Del disimpegno come strategia di coping in risposta al fallimento ci ha narrato già il greco Esopo con la favola “La volpe e l’uva”. La Volpe, non riuscendo a raggiungere il grappolo desiderato, se ne va in cerca d’altro, attribuendo la responsabilità all’uva, a suo dire “acerba”.

Questa reazione è tipica della persona che di fronte ad una difficoltà, perde interesse. Si allontana fisicamente e/o psicologicamente per evitare di confrontarsi con l’errore.

Rompiamo legami, chiudiamo rapporti professionali, rinunciamo ad un obiettivo. Il risultato è che il nostro tempo e le nostre energie anziché orientate alla ricerca di una soluzione costruttiva, vengono disperse nella fatica di dover ogni volta ricominciare da capo e fare presto i conti con l’ennesima delusione. Se questi comportamenti non funzionano, cosa fare allora?

In cosa consiste l’arte di sbagliare?

4 SONO I PRINCIPI DELL’ARTE DI SBAGLIARE UTILI A TRASFORMARE ERRORI E  FALLIMENTI  FONTE DI NUTRIMENTO PER IL NOSTRO PERCORSO DI CRESCITA PERSONALE E PROFESSIONALE.

  1. Assumere la responsabilità dell’errore.
  2. Fidarsi di poter apprendere dall’esperienza.
  3. Dare riconoscimento e modulare le emozioni che si accendono.
  4. Agire, con impegno e fatica, il cambiamento necessario per raggiungere il nostro obiettivo.

Scendiamo nel dettaglio.

Quando svolgendo le attività quotidiane ci imbattiamo in una difficoltà, un imprevisto, un ostacolo; quando ci accorgiamo di aver sbagliato o constatiamo un fallimento, il primo passo è riconoscere la nostra quota di responsabilità per l’accaduto. 

Nell’era digitale e dell’iperconnessione, è evidente che ci muoviamo in una dimensione relazionale dove tutto ciò che succede dentro e intorno a noi è frutto di una responsabilità condivisa. Se da una parte, questo significa che non è mai solo colpa nostra; allo stesso tempo, in ogni situazione problematica che nella vita ci troviamo ad affrontare, possiamo rivendicare un’area di responsabilità personale. Indipendentemente dalle dimensioni dell’area, è lì che ognuno di noi può usare il 100% di influenza per correggere l’errore e superare l’ostacolo verso il risultato desiderato.

Invece di guardare altrove, cercare il colpevole, tentare di tenere tutto sotto controllo, quello che veramente funziona è cercare di capire con curiosità e orgoglio, quale parte di responsabilità dello sbaglio è nostra e solo nostra. Lì possiamo agire; investire tempo e risorse per attivare creatività e proattività alla ricerca di soluzioni nuove.

Il secondo passo è potenziare l’autoefficacia; ossia la fiducia nelle capacità che abbiamo di apprendere dall’esperienza, di superare ostacoli noti e imprevisti; di sfruttare l’errore per sviluppare idee e strategie al fine di raggiungere il traguardo stabilito.

Autoconsapevolezza e autoefficacia da sole non sono sufficienti. Per imparare l’arte di sbagliare abbiamo bisogno della nostra intelligenza emozionale.

Quali sono le emozioni che vi capita di provare quando vi accorgete di aver sbagliato?

Quando vedete i vostri figli, i vostri affetti, gli altri intorno a voi rendersi conto di aver commesso errori, quali sentimenti si accendono in loro?

Senso di inadeguatezza, imbarazzo, senso di colpa, vergogna, rabbia, paura, frustrazione, dispiacere, delusione, rammarico …

Tutte quelle che ho elencato sono emozioni frequenti in corrispondenza di uno sbaglio o di un fallimento. Perché?

Se è vero che le emozioni, tutte, hanno una funzione adattiva, in che modo quelle emozioni possono esserci utili per far fruttare errori e fallimenti?

Possibile che emozioni spiacevoli, che ci fanno sentire a disagio e scomodi possano avere una qualche utilità ai fini del nostro successo come persone e come professionisti?

La soft skill Intelligenza Emozionale consiste nella capacità di riconoscere le emozioni che proviamo mentre le siamo provando, saperle comunicare in modo efficace alle persone con le quali siamo in relazione e abbinare ad esse un comportamento funzionale – e socialmente accettato – alla soddisfazione dei bisogni a breve, medio e lungo termine.

Quando, nello svolgimento di un compito, inciampiamo in un errore a reclamare soddisfazione possono essere bisogni legati alla sopravvivenza/sicurezza; alla necessità di sentirci amati e accettati dal gruppo; al riconoscimento sociale; oppure, ancora bisogni legati al sentirci realizzati rispetto al nostro sé ideale.

Il bisogno insoddisfatto accende una gamma emozionale fonte di distress la cui funzione adattiva è diminuire la probabilità di agire di nuovo il comportamento disfunzionale. In poche parole frustrazione, imbarazzo, senso di inadeguatezza e tutte le atre emozioni spiacevoli servono all’individuo che le sperimenta per adattarsi all’evento stressante e reagire con resilienza uscendone capace di superare l’errore e evitarlo in futuro.

Questo avviene perché le emozioni cosiddette negative, producono all’interno del nostro cervello un movimento elettrico costante e a bassa intensità che, provocando distress, sprona la persona a mettere in atto comportamenti correttivi di allontanamento o evitamento dell’esperienza spiacevole.

In altre parole, se non provassimo questo tipo di emozioni, non avremmo nessun motivo per cambiare e, come un criceto sulla ruota, ripeteremmo lo stesso errore all’infinito.

Inadeguatezza, colpa, rabbia, tristezza e le altre emozioni legate all’umana fallacia hanno la funzione di aiutare la persona a ricordare l’errore e motivarla a fare in modo che certe situazioni non si ripetano.

La motivazione al cambiamento non è di per sé sufficiente a superare positivamente la crisi. Strategie alternative e nuove soluzioni richiedono, per essere generate, perseveranza, creatività e pensiero laterale. Queste soft skills sono alimentate da una gamma emozionale fonte di eustress; ossia da emozioni che liberano sensazioni piacevoli nell’organismo. Ne cito alcune che mi stanno particolarmente a cuore.

La sorpresa, ad esempio, è fondamentale per l’arte di sbagliare. La sua funzione è di attirare l’attenzione della persona su un cambiamento nell’ambiente di vita. Possiamo apprendere da un nostro errore a condizione che ce ne accorgiamo e ne riconosciamo la responsabilità.

Curiosità è un’altra emozione positiva che facilita l’apprendimento. Questa emozione, infatti, fa sì che la persona resti in osservazione attenta dello sbaglio appena commesso cercando di conoscerlo nei dettagli e di separarne gli aspetti positivi da quelli negativi da modificare.

La serenità aumenta la capacità di attenzione, concentrazione e accettazione dell’errore.

L’orgoglio motiva all’assunzione di responsabilità rispetto allo sbaglio.

Il coraggio potenzia la perseveranza.

Divertimento e gioia aumentano il livello di motivazione allesame dellesperienza finalizzato allapprendimento .

In generale le emozioni che generano eustress aumentano la probabilità di agire comportamenti funzionali. In corrispondenza di sensazioni piacevoli, infatti, nel nostro cervello viene liberata una scarica elettrica, detta “picco herziale”, ad altissima intensità, ma di breve durata, che lascia una traccia nella memoria emozionale. L’impronta mnestica spinge la persona a ripetere quei comportamenti capaci di riprodurre esperienze simili. In altre parole, ogni volta che di fronte ad un errore riusciamo a trovare il modo di migliorare il nostro saper fare e noi stessi, proviamo emozioni positive che ci indurranno sempre di più a dare all’errore il valore positivo come fronte di crescita e progresso.

In conclusione, quindi, possiamo affermare che:

l’arte di sbagliare consiste nell’agire sull’esperienza prendendo consapevolezza dell’area di responsabilità che abbiamo in relazione all’evento critico, fidandoci del fatto che riconoscendo nostre alleate le emozioni che proviamo possiamo non ricadere nello stesso sbaglio ma trovare nuovi modi per risolvere le difficoltà

Note bibliografiche

Bandura A. (1997), Autoefficacia, Erikson, Trento

Calvenzi a., Orlando R., (2013), Il paradosso del successo. Tutto quello che bisogna perdere per poter vincere, Milano, Ponte alle Grazie editore.

Czerwinsky Domenis L., (2005) Un errore utile. trasformare gli sbagli in opportunità di apprendimento, Trento, Edizioni Centro Studi Erickson.

Damasio A., (1994), DescartesError: Emotion, Reason, and the Human Brain, New York, Grosset/Putnam; trad.it. (1996) Lerrore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Milano, Adelphi.

Goleman D., (1995), Emotional intelligence, Bantam Dell, New York; trad.it. Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici, (1996), Milano, Rizzoli.

Goleman D., (2007) Intelligenza sociale, Milano, Ed. BUR.

Goleman D., (2015) Intelligenza sociale ed emotiva. Nell’educazione e nel lavoro., Trento, Edizioni Centro Studi Erickson.

Lucangeli D. (2019), Cinque Lezioni Leggere sull’Emozione di Apprendere, Erikson, Trento

Maùti E., (2013) Sbagliando si impara. Trasformare il fallimento in una risorsa si può., Firenze, Giunti editore.

Rogers C.R., (1961), On Becoming a Person. A Therapists View of Psychotherapy, Houghton Miffin Harcourt Publishing Company; trad.it. (2013), La terapia centrata-sul-cliente, Milano, Giunti editore.

Rogers C.R., (1980), A way of being, Boston, Houghton Mifflin Company; trad.it. Un modo di essere. I più recenti pensieri dellautore su una concezione di vita centrata-sulla-persona, (1993), Firenze, Martinelli.

Rosemberg M. B., (2011), Comunicare con empatia, Reggio Emilia, Ed. Esserci.

Arte by Catucci, Stefano – domenica, marzo 16, 2014 http://www.wikitecnica.com/arte/

Sant’Agostino DIpponia, (1994), Sermoni per i tempi liturgici, editori Paoline Editoriale Libri

 

Presentazione corso “Persone Efficaci”

Presentazione corso “Persone Efficaci”

PERSONE Efficaci” è il corso che ti aiuta a potenziare le soft skills, competenze indispensabili per vivere bene e  raggiungere con successo gli obiettivi personali e professionali.

Un metodo pratico e divertente per affinare l’abilità di risolvere problemi: in famiglia, al lavoro, nelle relazioni. 

 

Si tratta del famoso metodo del Dr Thomas Gordon – 3 nomination Nobel per la pace.

E’ un viaggio di consapevolezza e potenziamento del sé tramite strumenti come la comunicazione efficace, il problem solving e la risoluzione dei conflitti.

Strumenti necessari per fare la differenza nelle relazioni e nella vita: per vivere bene nel rispetto reciproco e nella cooperazione.

 

Programma dell’evento:

 

 
 
  ℹ️     Introduzione al Metodo “Persone Efficaci”: origini, validazione sul campo, riconoscimenti internazionali
 
 
 
 
 
🏃🏻 Il corso in partenza a Febbraio: contenuti, metodologia, calendario, costi
 
 
 
 
 
Spazio dedicato alle Domande e Curiosità tue e degli altri presenti
 
 
 
 
 
👁️‍🗨️ Testimonianze di chi ha partecipato alle edizioni precedenti. 

Intelligenza emotiva e sviluppo individuale nel mondo del lavoro.

Intelligenza emotiva e sviluppo individuale nel mondo del lavoro.

a cura di Francesca Coddetta

 Intelligenza emotiva e sviluppo individuale nel mondo del lavoro.

Lintelligenza emotiva è un fattore critico per la resilienza e lo sviluppo delle competenze relazionali. Essa fa la differenza in termini realizzazione dei propri obiettivi, in quanto ogni giorno siamo chiamati come singoli e come membri di un gruppo (lavoro, famiglia, amore/amicizia), a prendere decisioni, raggiungere obiettivi, superare ostacoli, risolvere problemi, gestire imprevisti. In sostanza l’intelligenza emotiva è fondamentale per prendere decisioni che funzionano gestendo situazioni complesse sotto pressione.

Si tratta di una dimensione dell’intelligenza umana che comprende l’abilità:

  • di riconoscere le proprie emozioni;
  • di consapevolizzarle e dare loro un nome;
  • di comprendere le ragioni (bisogni) per cui ci si sente in un certo modo;
  • di riuscire ad utilizzare le emozioni a proprio vantaggio abbinando ad esse comportamenti funzionali e socialmente accettati;
  • di relazionarsi con le emozioni altrui e con i comportamenti che da esse scaturiscono.

Quando impariamo a sviluppare l’intelligenza emotiva

A prescindere dall’età, le competenze emotive possono essere apprese, educate e potenziate per la crescita e la realizzazione professionale.

Comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri è un processo che ha inizio con la nascita, ma richiede allenamento continuo. I risultati delle ricerche in ambito delle neuroscienze, hanno dimostrato ormai da tempo che in qualsiasi momento del corso della propria esistenza o storia professionale, è sempre possibile per un individuo dare forza e vigore alla propria intelligenza emozionale. Le emozioni sono fondamentali per l’autoconsapevolezza, l’autoefficacia, la capacità di cooperare e stabilire legami sociali positivi e costruttivi. In sintesi, sono fondamentali per il benessere bio-psico-sociale degli esseri umani.

Cos’è un’emozione?

La maggior parte delle teorie odierne definiscono lemozione come una risposta del nostro organismo ad uno stimolo che provoca modificazioni a livello neurovegetativo, psicologico e comportamentale. Lo stimolo può essere reale o immaginario; provenire dall’ambiente esterno all’individuo, ossia, dal mondo sia fisico che relazionale che lo circonda; o interno, quando proviene dallo stesso sistema biologico o è attivato dai processi di pensiero (ricordi, giudizi, aspettative).

Le emozioni, in pratica, sono dei segnali, degli allert che avvisano la persona dei cambiamenti che avvengono nell’ambiente di vita. In risposta ad un evento/fenomeno possono accendersi contemporaneamente emozioni diverse. La loro intensità varia nel tempo, così come la loro durata che, generalmente, è comunque breve.

La risposta emozionale, quindi, non è uno stato, ma un processo in continua evoluzione.

Quante emozioni prova un essere umano?

Un essere umano vivo si emoziona continuamente, sia durante la veglia che durante il sonno. La maggior parte delle emozioni che viviamo, però, resta a livello sub-cosciente. I circuiti neuronali deputati al riconoscimento consapevole delle emozioni, si attivano, infatti, solo quando l’intensità delle risposte fisiologiche raggiunge una certa soglia. Quando l’emozione viene percepita a livello consapevole si attiva larousal, una condizione temporanea che coinvolge il sistema nervoso centrale sia a livello periferico che vegetativo. A seconda dell’emozione che si prova momento per momento, l’arousal provoca variazioni della frequenza cardiaca e respiratoria, della distribuzione del sangue nell’organismo, della temperatura corporea, della sudorazione e salivazione, della capacità attentiva, della capacità percettiva dei recettori sensoriali.

Questo meccanismo ha una funzione adattiva perché consente all’essere umano di accorgersi dei cambiamenti nel suo ambiente di vita, valutarne la bontà o la pericolosità e reagire in modo resiliente.

Sebbene generalmente le emozioni vengono categorizzate in positive e negative in funzione dell’effetto piacevole/spiacevole sul soggetto che le percepisce, tutte loro, a prescindere dalla valenza edonica, sono fondamentali per la sopravvivenza, il benessere e il successo dell’essere umano, in termini di raggiungimento degli obiettivi e soddisfazione dei bisogni.

Nella dimensione professionale, possiamo dire che la funzione delle emozioni sia, in generale, quella di aumentare la performance della persona che lavora.

Alcune emozioni sono innate e comuni a tutti gli esseri umani indipendentemente dall’età anagrafica, dal sesso biologico, dalla cultura di appartenenza. Altre si sviluppano con la crescita dell’individuo, vengono apprese e sono collegate all’educazione e al contesto socio-culturale.

Le emozioni primarie

Le prime vengono dette emozioni di base, universali o primarie. Quelle appartenenti all’altra categoria originano dalla combinazione delle primarie e vengono classificate come emozioni secondarie. In tanti hanno studiato gli stati affettivi cercando di definirli e categorizzarli. Non c’è accordo unanime tra gli scienziati, ma in linea generale sono considerate primarie: paura, gioia, rabbia, tristezza, sorpresa e disgusto.

Conosciamo le emozioni primarie

La sorpresa, pur essendo l’emozione di minor durata (una volta accesa persiste solo qualche istante) è fondamentale in quanto deputata ad attenzionare l’individuo su un cambiamento inaspettato. La sorpresa può aversi in risposta ad uno stimolo nuovo, del tutto sconosciuto alla persona; come, anche, a seguito di un evento noto, ma inaspettato o imprevisto. Essa lascia istantaneamente il posto ad altre emozioni primarie e secondarie in base a come la persona valuta il cambiamento. Si avranno gioia, curiosità, meraviglia, divertimento, felicità, e altre emozioni che provocano stati di benessere, in corrispondenza di stimoli valutati positivamente. La sorpresa lascerà spazio a paura, frustrazione, imbarazzo, inadeguatezza, rabbia e altre emozioni che provocano stati di distress, in corrispondenza di situazioni valutate come minacciose o problematiche.

Volendo fare un esempio, immaginiamo Rosa una donna di 57 anni che lavora nella stessa azienda da 30, con una seniority di 15 anni nello stesso ruolo. Ecco, ipotizziamo che l’HR comunichi a Rosa che cambierà team per portare avanti un progetto aziendale nuovo insieme a colleghi giovani e inesperti. La prima reazione di Rosa sarà la sorpresa. Quali emozioni sperimenterà subito dopo, dipende da come Rosa valuta la decisione aziendale, in base ai suoi bisogni, valori e aspettative. Potrebbe provare entusiasmo, curiosità e interesse giudicando il cambiamento come opportunità di crescita e di carriera. Percepire frustrazione, senso di inadeguatezza, rabbia, sentendo negato il suo bisogno di sicurezza e di appartenenza al team in cui lavora da anni. Anche i colleghi giovani potrebbero restare sorpresi dalla notizia che entrerà a far parte del loro team una collega anziana. Cosa proveranno successivamente dipenderà da come il team valuta la decisione aziendale, in base ai suoi bisogni, valori e aspettative. Potrebbero provare diffidenza e preoccupazione considerando l’ingresso di Rosa come un freno alla dinamicità e flessibilità delle strategie di gruppo; oppure rassicurazione e fiducia per la possibilità di attingere all’esperienza di una collega che nella sua carriera ha avviato molti progetti di successo.

Quale’è la funzione delle emozioni?

Primarie o secondarie, tutte le emozioni hanno la funzione di ottimizzare le prestazioni dellindividuo per renderlo abile a fronteggiare con successo il disequilibrio e il naturale stato di disagio che si attiva in concomitanza di un cambiamento nellambiente di vita. É evidente l’importanza di questo meccanismo nell’attuale momento storico caratterizzato dal cambiamento continuo, repentino, inaspettato a tutti i livelli: sociale, tecnologico, lavorativo. Perché la funzione adattiva abbia successo, è necessario che la persona, oltre a consapevolizzare le emozioni grazie all’aurosal, sia capace di riconoscerle, distinguendo le une dalle altre. Ogni stato affettivo, infatti ha un’azione specifica per il buon funzionamento dell’individuo.

Prendendo in esame solo le emozioni primarie, vediamo nel dettaglio che:

  • La paura permette di uscire dalla zona di comfort consapevoli delle difficoltà e dei pericoli che si incontreranno, rendendo la persona libera di prepararsi ad affrontarli. La paura abbassa la probabilità di errore o fallimento.
  • La tristezza ci prepara al cambiamento in quanto ci aiuta a riflettere sulle cose che stiamo lasciando andare o sui nostri insuccessi. Pensando e ripensando a queste cose, mettiamo a fuoco ciò che ha funzionato e che vogliamo portare con noi nel percorso di rinnovamento e ciò che invece consideriamo disfunzionale e preferiamo modificare.
  • Il disgusto ci aiuta ad orientarci nel nuovo, portandoci a mettere distanza dalle cose, le persone o le situazioni minacciose, pericolose o contrarie ai nostri valori.
  • La rabbia alimenta la perseveranza e la determinazione, fornendoci energia e forza per affrontare la fatica del cambiamento e per mettere confini che aiutano gli altri a rispettare i nostri spazi e la nostra dignità.
  • La gioia accende la luce sulle cose che funzionano e sulle relazioni che ci nutrono. Grazie all’energia che questa emozione libera possiamo comprendere noi, e far capire agli altri, cosa soddisfa i nostri bisogni, così da rafforzare i comportamenti funzionali.

Essere consapevole dell’emozione che si sta provando, permette alla persona di individuare il bisogno che la origina e attivare una strategia comportamentale efficace per il raggiungimento dell’obiettivo congruente.

Tornando a Rosa, immaginiamo che lei si senta gratificata dalla proposta di cambiamento: le piace il suo lavoro e si sente motivata ad affrontare una nuova sfida professionale. Accanto a questo, Rosa potrebbe sentirsi intimorita all’idea di doversi integrare con colleghi più giovani, provare insicurezza e sentirsi inadeguata per il fatto di dover apprendere nuovi processi e strumenti. Riconoscendo queste emozioni, la nostra amica potrà contattare i bisogni che sono messi in discussione e alzano i suoi livelli di stress: avere relazioni di qualità con i colleghi e avere buone prestazioni sul lavoro. Consapevole di ciò, sarà in grado di usare il suo potere personale per abbinare alle emozioni che prova, comportamenti che soddisfino quei bisogni.

Cosa succede quando attiviamo un bias cognitivo

Spesso accade, però, che un bias cognitivo porti le persone a considerare le emozioni come ostacolo alla capacità di ragionare e fare scelte vincenti.  La credenza comune vede l’emozione come sintomo di fragilità o ostacolo alla performance.

Se un cambiamento mi fa paura, significa che non sono in grado o che non sia conveniente per me cambiare.”

Se un cambiamento mi rende triste, significa che non va bene per me lasciare la mia zona di comfort o interrompere una relazione, anche se contatto il  vissuto di malessere.”

Se lidea di cambiare mi fa arrabbiare, vuol dire che la sfida è pericolosa per me e per gli altri.”

Può succedere perciò che una persona, percependo le proprie emozioni, attivi delle resistenze.

Rosa, considerando il timore, l’insicurezza e il senso di inadeguatezza come indicatori del fatto che lei non sia adatta a questa nuova mansione potrebbe, perciò, attivare comportamenti disfunzionali, mettendo a rischio la sua carriera.

Come superare la resistenza al cambiamento?

La resistenza al cambiamento è quella forza che ci spinge a rimanere nella nostra comfort zone anche quando è diventata una zona di dis-comfort. Nella nostra vita quotidiana, tendiamo a mantenere lo status quo e ad aggrapparci a ciò che conosciamo per mantenere l’equilibrio che abbiamo raggiunto con grande fatica. La resistenza al cambiamento è, quindi, fisiologica.

Evitare il cambiamento è però impossibile, oggi più che mai, soprattutto nella realtà lavorativa. Resistendo al cambiamento, mettiamo a rischio il nostro benessere e ben-stare in azienda. Questo impatta, con effetto domino, direttamente sui nostri bisogni di riconoscimento professionale, appartenenza al gruppo, sicurezza e sopravvivenza.

Riusciamo a superare la resistenza al cambiamento grazie alle competenze di autoconsapevolezza e intelligenza emozionale. Quando siamo consapevoli dei nostri bisogni e della congruenza dell’obiettivo che abbiamo individuato, la motivazione al cambiamento cresce. Quando conosciamo le nostre emozioni, sappiamo usarle a nostro vantaggio per gestire positivamente il cambiamento. Sviluppare sé stessi significa essere aperti alla possibilità di rinnovamento; significa essere in grado di cambiare ruolo all’interno di un gruppo (da semplice risorsa a leader di un team) o svolgere lo stesso ruolo in modo differente (un genitore nei confronti di un figlio adolescente).

Impariamo a conoscere i bias cognitivi per affrontare positivamente il cambiamento

Per affrontare positivamente il cambiamento, è importante neutralizzare l’effetto di alcuni bias cognitivi legati alle emozioni che bloccano il processo di crescita professionale o lo rendono più difficile e demotivante. Alcune emozioni, più di altre entrano in gioco nel facilitare o ostacolare le persone rispetto al cambiamento. Dipende dal modo in cui le consideriamo. Sto parlando del senso di inadeguatezza, dell’ansia da prestazione e di tutte le emozioni legate all’esperienza dellerrore o del fallimento.

L’ansia da prestazione porta la persona a vivere uno stato di tensione, agitazione e preoccupazione rispetto ai compiti che vuole o deve portare a termine. Essa racchiude la paura di non essere allaltezza delle aspettative degli altri circa la propria performance. La funzione adattiva di questa emozione consiste nellattivare lattenzione, la capacità di concentrazione, e più in generale tutte le risorse interne all’individuo per aiutarlo a portare a termine il compito o raggiungere l’obiettivo al meglio delle sue possibilità. Quando la persona accoglie positivamente la sua ansia da prestazione, può avvalersene per ottimizzare performance e raggiungere i suoi obiettivi. Un giusto livello di ansia da prestazione garantisce il successo, sia rispetto ad un compito specifico da portare a termine, che rispetto all’obiettivo più generale di mantenere uno stato di equilibrio e armonia interiore.

Quando, invece, questa emozione viene vissuta come minacciosa e si tenta di reprimerla o nasconderla, genera una tensione che ostacola l’efficacia e l’efficienza.

L’attuale contesto culturale, sviluppato intorno ad un modello che dà valore alla competizione e all’immagine esteriore, alimenta un’altra emozione legata alla prestazione: il senso di inadeguatezza.

La sua funzione adattiva consiste nel rendere la persona consapevole delle proprie aree di miglioramento, permettendole di attivarsi per acquisire e potenziare conoscenze e competenze utili al raggiungimento costante degli obiettivi di ruolo (genitore, professionista, amante). È questa emozione che ci rende consapevoli del livello delle nostre competenze e capaci di perfezionarle e potenziarle. Il senso di inadeguatezza si traduce nella sensazione interna di non essere all’altezza di un compito. È la persona che giudica sé stessa come fuori luogo rispetto agli altri di riferimento o ad una mansione. Questa emozione è quindi, legata alla self-efficacy; una competenza trasversale che consiste nella capacità dell’individuo di credere di poter superare le difficoltà presenti sulla strada che sta percorrendo per raggiungere i propri obiettivi.

L’ errore facilita il nostro cambiamento

Per facilitare il nostro cambiamento bisogna riconoscere a noi stessi il diritto di sbagliare e stimolare una visione positiva delle emozioni legate al fallimento. Accettare l’esperienza dell’errore come parte del processo di apprendimento e miglioramento continuo nella dimensione privata o professionale, rende le persone disponibili all’idea di sostituire abitudini e metodi tradizionali con nuovi processi e nuovi strumenti di lavoro.

Quando ci accorgiamo di commettere un errore o di aver fallito un compito o un obiettivo, proviamo, oltre al senso di inadeguatezza, emozioni come frustrazione, imbarazzo, vergogna, fastidio, rabbia, tristezza, senso di colpa, insicurezza e altri stati affettivi della gamma emozionale che provoca sensazioni spiacevoli e distress.

È casuale? Assolutamente no!

Siamo biologicamente strutturati per evitare situazioni di disequilibrio che provocano distress e sensazioni spiacevoli. Quindi, una simile gamma emozionale abbinata all’errore e al fallimento facilita la persona, e gli esseri umani come specie, a non ripetere lo stesso sbaglio e non ripercorrere strategie inefficaci. Possiamo imparare dai nostri stessi errori, o, per apprendimento vicario, dagli errori delle persone che abitano il nostro ambiente di vita e di lavoro.

Per trasformare lesperienza dellerrore in opportunità di crescita e sviluppo professionale, dobbiamo però essere disposti ad assumerci la nostra parte di responsabilità e utilizzare l’empowerment per guardare all’errore con la curiosità necessaria. Il primo passo è, quindi, accogliere come alleate le emozioni “negative” che genera l’esperienza fallimentare, traendo da esse l’energia per cercare le cause e formulare strategie funzionali al successo.

Facciamo un esempi concreto.

Nel corso dell’invecchiamento, sul vissuto emozionale del lavoratore over 50, hanno effetto una serie di fattori come i cambiamenti biologici, psicologici, sociali e le esperienze legate alla storia professionale. Particolare importanza hanno i vissuti relativi alla propria identità di lavoratore. Emozioni intense come il senso di inadeguatezza all’uso di nuove tecnologie, la delusione legata all’esclusione dalle politiche aziendali per lo sviluppo della carriera, o la paura di perdere il lavoro, possono impattare negativamente sulla motivazione al cambiamento favorendo negli older workers una passiva accettazione degli stereotipi legati all’aging. Tuttavia il lavoratore over 50 può riuscire a superare o attenuare l’entità di queste esperienze negative, nutrendo le proprie employabilities. Molti studi dimostrano, infatti, l’utilità psicologica di porsi degli obiettivi professionali precisi e raggiungibili.

 

Soluzioni di presentazione e vendita nell’era digitale

Soluzioni di presentazione e vendita nell’era digitale

Master class dedicata ai formatori Gordon IACP Italia che vogliono aggiornare le modalità di presentazione e le abilità di vendita dei corsi Effectiveness Training alle esigenze del mercato attuale.

L’era digitale offre nuove opportunità per presentare i corsi Gordon e incontrare il pubblico. Come raggiungere genitori, insegnanti, leader utilizzando con successo le nuova tecnologie?

WordPress Lightbox Plugin